venerdì 14 ottobre 2011

Piccola confessione

Alla fine, la sera delle foto ho deciso di confessare alla mamma i dettagli che mi aveva riferito Mister X. Forse mi odierai per questo, ma ho capito che andava fatto. Non sopportavo l’idea di lasciarla in ansia, tenendola all’oscuro di un fatto di non poco conto.
Adesso sono sicura che mi prenderai per paranoica: mi è sembrata contenta, ma non sconvolta, dalla notizia che sei viva e che stai bene. Forse, come me, se lo immaginava.
Oppure?
Non dico che abbia recitato, è difficile spiegarlo, ma la mia sensazione del momento è stata che quasi non sembrasse SOPRESA. Ecco, il termine giusto è sorpresa. A dirla tutta, sembrava sollevata che lo sapessi anch’io. Non le ho detto di questi miei dubbi, altrimenti altro che Dottoressa!

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mercoledì 12 ottobre 2011

Pole position

Gira la chiave e accende il motore. Mi sorride e mi assicura che va tutto bene.
Stacco la mano di G dal volante, la stringo forte.
Volpino, seduto dietro, combatte l’imbarazzo aumentando il volume negli auricolari. Overdose di elettropop, sentenzierà il medico legale.
Accelera, in un attimo siamo a caccia. Le chiedo di fare un giro largo, mi serve tempo per controllare i nervi.
Provo anche a fare due chiacchiere, ma il nostro ospite è in vena di fare l’idiota. L’umore migliora e capisco perché ce lo siamo portati dietro.
Quando arriviamo alla galleria il furgone è già parcheggiato davanti.
Smonto dalla macchina e aspetto.

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martedì 11 ottobre 2011

Count Zero

Il tavolo di un pub. Magliette colorate. Ad un primo sguardo sembra un qualsiasi gruppo di studenti che se la spassa in compagnia, ma in mezzo ci sei tu.
Non sei al centro della foto, ma mi cattura subito il tuo sorriso, congelato per sempre nel formato Jpeg.
Bottiglie. Locandine di liquori. Una tua amica ti abbraccia e scherza con l’obiettivo. Distolgo lo sguardo. Mi imbarazza, mi fa arrabbiare. Ti diverti, mentre io soffro per te.
I colori sono strani. Siete immersi in una nuvola di nicotina, o i miei occhi sono bagnati dalle lacrime. Mi viene l’impulso di rovesciare il portatile a terra, poi ragiono.
Cinque facce. Tre non le riconosco, due sì. Ci sei tu, e c’è un tipo che sbadiglia.
A noi due, Mister C.

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lunedì 10 ottobre 2011

Count down

Devo ammettere di essere partita con una certa foga. Forse mi credevo un’investigatrice, forse ero particolarmente tesa per la situazione e volevo mettere in pratica la prima idea che mi passava per la testa.
Un diario in rete, per intrappolarti in questa tela che sto faticosamente tessendo (ecco, ora mi sto immaginando a digitare sulla tastiera con le zampe pelose di un ragno!) e instaurare così un contatto con te.
Un piccolo problema: più proseguivo, più mi accorgevo di non andare avanti per niente! Quello che sto scrivendo qui potrebbe addirittura darti fastidio perché certo non vuoi che la storia venga sbandierata ai quattro venti.
Se è successo quello che è successo, è perché ho mollato la tastiera e mi sono data da fare.

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sabato 1 ottobre 2011

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Casa nostra. Loro, se preferisci. Mia.
Una ripresa dal cortile, dal basso verso l’alto, i muri ti sovrastano e immagino siano soffocanti da fuori così come da dentro.
I nostri genitori ci vogliono bene, ma la loro vita è troppo diversa dalla tua. Io invece mi adatto, divento un camaleonte, mi faccio trasportare dalle abitudini giorno dopo giorno.
Hai scattato la mattina presto, ma le finestre della mia camera erano già spalancate: ero già uscita, possiamo anche dire scappata, il prima possibile.
Andavo a lavorare alla galleria, uscivo di casa prestissimo, prima che tutti si svegliassero, stanca di quelle stanze ma al tempo stesso senza una vera possibilità, o volontà, di allontanarmene davvero.
Non avevo, non ho, il tuo coraggio.

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venerdì 30 settembre 2011

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Scie di luci nella notte: lampioni finestre insegne traffico. Ti immagino appiccicata al finestrino di una macchina, a catturare un frammento di città dall’alto di un cavalcavia.
La sola idea di quanta vita pulsi al di là dell’obiettivo genera in me una vertigine. Provo a cercare il tuo riflesso sul vetro, ma c’è troppo disturbo. Immagino che stare seduta a guardare non ti bastasse, so che avresti avuto voglia di diventare tu stessa il mantello scuro che avvolgeva la città, per vedere sentire essere contemporaneamente tutto.
C’è stata un’auto che correva con te nella notte, chissà io dov’ero e cosa facevo nello stesso momento. Il file ha una data, ma significa ben poco: la mia vita non ha sussulti particolari da ricordare e ogni giorno si confonde con il precedente. Ad una certa ora della sera, sul presto, infilo la testa sotto il cuscino e lascio fuori tutte queste luci nella notte.

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giovedì 29 settembre 2011

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Un tavolo di legno, così pieno di bottiglie che a stento ne distinguo le assi. Siete in un pub, non credo che qualcuno in casa terrebbe appese alle pareti vecchie locandine di liquori ed una targhetta che indica la direzione dei bagni.
Cinque facce. Due si sorridono tra loro da un capo all’altro del tavolo. Una è impegnata a sbadigliare, due guardano nell’obiettivo. Tre non le riconosco, due sì.
Tu mi stai sorridendo, distolgo subito lo sguardo. Seguo la spalla, il braccio, la mano. Reggi una birra. Asahi, direi. Buona. Mi viene voglia di bercene una insieme, adesso che non ci sei.
Ti abbraccia una ragazza, fa la lingua rivolta verso chi vi fotografa. Simpatica, ma mai vista prima, e non me ne stupisco. Non siamo uscite quasi mai insieme e quindi non conosco quelli del tuo giro.
Mi rassicura, comunque, avervi riconosciuti in due: quello che sbadiglia è Mister C.

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