venerdì 30 settembre 2011

IMAG0142.JPG

Scie di luci nella notte: lampioni finestre insegne traffico. Ti immagino appiccicata al finestrino di una macchina, a catturare un frammento di città dall’alto di un cavalcavia.
La sola idea di quanta vita pulsi al di là dell’obiettivo genera in me una vertigine. Provo a cercare il tuo riflesso sul vetro, ma c’è troppo disturbo. Immagino che stare seduta a guardare non ti bastasse, so che avresti avuto voglia di diventare tu stessa il mantello scuro che avvolgeva la città, per vedere sentire essere contemporaneamente tutto.
C’è stata un’auto che correva con te nella notte, chissà io dov’ero e cosa facevo nello stesso momento. Il file ha una data, ma significa ben poco: la mia vita non ha sussulti particolari da ricordare e ogni giorno si confonde con il precedente. Ad una certa ora della sera, sul presto, infilo la testa sotto il cuscino e lascio fuori tutte queste luci nella notte.

Clic per continuare

giovedì 29 settembre 2011

IMAG0141.JPG

Un tavolo di legno, così pieno di bottiglie che a stento ne distinguo le assi. Siete in un pub, non credo che qualcuno in casa terrebbe appese alle pareti vecchie locandine di liquori ed una targhetta che indica la direzione dei bagni.
Cinque facce. Due si sorridono tra loro da un capo all’altro del tavolo. Una è impegnata a sbadigliare, due guardano nell’obiettivo. Tre non le riconosco, due sì.
Tu mi stai sorridendo, distolgo subito lo sguardo. Seguo la spalla, il braccio, la mano. Reggi una birra. Asahi, direi. Buona. Mi viene voglia di bercene una insieme, adesso che non ci sei.
Ti abbraccia una ragazza, fa la lingua rivolta verso chi vi fotografa. Simpatica, ma mai vista prima, e non me ne stupisco. Non siamo uscite quasi mai insieme e quindi non conosco quelli del tuo giro.
Mi rassicura, comunque, avervi riconosciuti in due: quello che sbadiglia è Mister C.

Clic per continuare

mercoledì 28 settembre 2011

IMAG0138.JPG

Una scheda elettronica ripresa da vicino. Scorgo il marchio Capcom, caratteri bianchi all’interno di un rettangolo dal bordo sottile. Mi colpisce la serie di moduli di memoria che si stagliano neri in formazione militare sulla lastra verdastra.
Scorgo quasi una certa poesia nei componenti predisposti in spigolose geometrie. Fori che resteranno vuoti, e connettori che svettano in spasmodica attesa. Numeri e sigle calpestati da decine di piedini metallici.
Non so cosa ti attrae davvero in tutto in questo, mi piacerebbe capirci qualcosa. Credo che per te sia più facile leggere un circuito stampato che i sentimenti di chi ti sta vicino. Meglio così?
Facciamo un patto: io mi studio un po’ di elettronica e tu sviti una testa e vedi cosa c’è dentro. Per partire con qualcosa di facile, ti offro Volpino come cavia!

Clic per continuare

martedì 27 settembre 2011

Memoria flash

È da un po’ che non scrivo, e mi rendo conto da sola di cosa significa. Ne ho viste svolazzare tante nella rete, di pagine personali che finiscono lasciando in sospeso il frammento di vita che stavano raccontando. Sfumato l’entusiasmo iniziale, sto per digitare l’ultima serie di post. Affiderò queste mie parole alla prima corrente di bit e le lascerò andare alla deriva.
Io stessa sono un po’ troppo al largo.
Ti odio, ti voglio bene, mi odio, mi voglio bene.
Vorrei che tu fossi qui, altre volte ti voglio lontana. Vorrei essere come te, poi invece vorrei che tu fossi come me.
Oggi per dispetto mi sono messa la tua maglia a righe nere e giallo senape, nei giorni scorsi ho messo a posto la tua stanza, visto che ai miei non sembra interessare nulla.
Ho spolverato, curato la piantina, piegato vestiti che erano già a posto. C’era il tuo cellulare sul comodino, l’ho preso. Mancava la SIM, ma c’era la scheda di memoria.
L’ho messa nel computer. E questo è quello che ci ho trovato.

Clic per continuare

martedì 20 settembre 2011

L'uva

Quando ancora lavoravo alla galleria, G si è presentata per chiedere informazioni sull’affitto per una festa privata del piccolo locale al piano interrato. Si trattava di una richiesta nuova per noi: generalmente gli eventi vengono organizzati direttamente dai nostri collaboratori o da altre agenzie.
Parlo ancora come se lavorassi per loro!
Il capo ha sparato un prezzo un po’ esagerato per un privato e non se n’è più fatto niente. Credo che in realtà non avesse tanta voglia di prendersi una responsabilità fuori dell’ordinario e su questo la pensiamo allo stesso modo.
La mia faccia deve esserle rimasta impressa, perché mi ha salutato ancora un paio di volte quando ci siamo incrociate al di fuori dell’ufficio, finché un giorno ci siamo fermate a fare due chiacchiere.
Tu non avevi ancora fatto le valige, ma c’era già maretta in casa. È stata lei a suggerirmi di tenermene fuori il più possibile. Avevo adottato fedelmente il consiglio e tornavo apposta a casa tardi per non sentire discussioni ed evitare di farmi sfuggire giudizi non richiesti.
Da un po’ mi chiedo se sia stato saggio darle retta. A volte penso addirittura che possa essere stata una cosa studiata! Se non mi avesse contattata Mister X, sarei andata a cercarti nel frigo di G!

Clic per continuare

lunedì 19 settembre 2011

La volpe

Volpino non lo conosci, o almeno lui dice di non conoscere te, ma avreste molto da condividere voi due. Con un cellulare all’ultima moda riceve in continuazione messaggi dai contatti, alcuni sparsi in giro per il mondo, delle varie chat che tiene aperte.
Della compagnia, è l’ultimo arrivato. Una sera ero con il mio gruppo al “Sodiac”, sai a cosa mi riferisco; eravamo seduti ai tavolini blu, quando è venuto a salutarci, nelle mani la bottiglietta di birra con la fetta di limone nel collo e sulle labbra l’immancabile sorriso ebete. Prima del ritorno di K% è stato lui la principale valvola di sfogo per i miei deliri contro il mondo.
Ho sempre sentito uscire più “bip” delle notifiche messaggi dal suo cellulare che frasi di senso compiuto dalla sua bocca. All’inizio ho fatto finta di interessarmi alle battute che leggeva sul display solo per assicurarmi che non avesse giri strani, chessò sessuali o illegali. Quando mi ha fatto vedere una che sfilava con un abito composto da cubi che ricordavano i pixel, ho capito che era un tipo innocuo, fissato con i computer. Proprio come te!

Clic per continuare

venerdì 16 settembre 2011

Non commestibile

Abbiamo parcheggiato il camper in un’area attrezzata, un vasto prato dotato di diverse strutture, dal supermercato a piccole piscine, dall’area giochi per i bambini al bar con DJ. A partire da una certa ora del pomeriggio della musica da discoteca incominciava a rullare e attirava a sé la parte più giovane dei vacanzieri.
La mattina lasciavamo in pace la coppietta, che andava a farsi gli affari propri in isolamento, mentre io, G e Volpino prendevamo il sole in riva al lago. Di pomeriggio, si faceva un giro in paese tutti insieme.
L’ultimo giorno, poco prima di pranzo, il sole mi aveva fatto venire sete. Sono rientrata nel camper per cercare qualcosa di fresco nel frigo e cosa ho visto? Due teste! Mi è sembrato di distinguere il caschetto della polizia municipale ancora allacciato, e quattro occhi severi che mi fissavano. Sono tornata al mio asciugamano in poche falcate e mi sono rassegnata a bere brodaglia dalla bottiglia che avevamo portato a riva, senza riuscire a placare la sete.
Verso l’ora di pranzo ho sentito qualcuno che mi scrollava per svegliarmi: G era tornata dal camper e ne era uscita con in braccio due mini-cocomeri, presi dal frigo. Volpino li ha prontamente sezionati e disposti su un vassoio, ma io non sono riuscita a toccarne nemmeno una fetta, ancora turbata dai miei incubi.

Clic per continuare